Il libro

  

Il libro di Italo Gabrielli 

ISTRIA FIUME DALMAZIA

DIRITTI NEGATI

GENOCIDIO PROGRAMMATO

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 ISTRIA FIUME DALMAZIA – DIRITTI NEGATI – GENOCIDIO PROGRAMMATO

di Italo Gabrielli, Edizioni Lithostampa, Udine 2011, pagg. 160.

  

La storia, diversamente da quanto si riteneva un tempo, non è maestra di vita, perché altrimenti non si continuerebbe a commettere, spesso aggravandoli, gli errori del passato. L’assunto diventa più evidente alla luce di questa nuova opera di Italo Gabrielli, il grande patriota istriano che ha dedicato un costante e nobile impegno alle vicende giuliane, fiumane e dalmate ed alla sistematica negazione dei diritti che le ha sempre contraddistinte, con una pervicacia tanto più grave dopo le solenni pronunzie delle Istituzioni internazionali.

 L’Autore non ha bisogno di interpretare la storia: gli basta l’esposizione dei fatti confrontandoli con le grandi Dichiarazioni e con un’ampia scelta di documenti, da cui emerge con chiarezza come in Istria e in Dalmazia sia stato perpetrato un vero e proprio genocidio: crimine di diritto internazionale condannato dalle Nazioni Unite nell’Assemblea Generale dell’ 11 dicembre 1946 ma perseguito senza remore da Tito e dai suoi pretoriani attraverso le uccisioni nelle foibe o nelle acque dell’Adriatico, le deportazioni di massa e le angherie che costrinsero 350 mila persone a prendere la via dell’esilio.

Gabrielli si richiama alla definizione del genocidio che venne formulata nel 1943 dal giurista polacco Raphael Lemkin: “sistematico sterminio di gruppi nazionali o razziali” nell’ambito di “un piano coordinato di differenti azioni miranti a distruggere i fondamenti essenziali della vita” di questi gruppi per programmarne l’annientamento. Lemkin proseguiva individuando gli obiettivi di siffatto piano nella “disintegrazione di istituzioni politiche e sociali, cultura, lingua, sentimenti nazionali, religione, vita economica, sicurezza, libertà”; e persino della vita, come attestano, ad esempio, i genocidi dei popoli armeno, cambogiano od ebraico, per non dire degli indiani d’America o degli aborigeni australiani.

Il genocidio prescinde, in questa ottica, dalla quantificazione delle Vittime: un parametro che qualcuno ha chiamato in causa per sostenere come quello giuliano e dalmata non sia stato tale, ma tutt’al più, una persecuzione, nel fallace assunto che la storia possa essere modificata da ragioni semantiche obiettivamente ininfluenti.

Gli esuli tedeschi, ricorda puntualmente Gabrielli, furono oltre 16 milioni, un quinto dei quali scomparvero nella tregenda della loro anabasi, ma il sacrificio degli istriani, fiumani e dalmati, necessariamente meno ampio nel numero dei Caduti, ebbe luogo con caratteri analoghi sempre agghiaccianti, come testimoniano, fra tante, le vicende di Don Francesco Bonifacio, Mario Blasich, Norma Cossetto, Riccardo Gigante, Giuseppe Sincich, a cui l’Autore fa riferimento quali esempi della tragedia di oltre 16 mila Vittime (secondo la precisa e puntuale ricostruzione di Luigi Papo). Resta il fatto che la Venezia Giulia, in proporzione agli abitanti, ne ebbe almeno il triplo rispetto alla media nazionale.

Fra i caratteri del genocidio giuliano e dalmata trova spazio anche l’asportazione o l’usurpazione delle tombe avite, a cui Gabrielli accenna in chiusura del suo libro. Da questa pratica turpe, che nel caso di specie ha assunto ricorrenze assai frequenti, è derivata la perdita di valori affettivi insostituibili, capace di coinvolgere parecchi dei 300 cimiteri italiani rimasti nei territori trasferiti sotto la sovranità della Jugoslavia: triste corollario dell’ esodo e della diaspora.

I diritti umani negati chiamano in causa l’incapacità del diritto positivo di richiamarsi alle “alte non scritte ed inconcusse leggi” di classica memoria e la ricorrente prevalenza della “realpolitik” sul “giure comune”. Nella fattispecie, vi hanno contribuito in maniera talvolta icastica l’incompetenza e la pavidità della classe politica italiana: basti pensare alle prevaricazioni subite in occasione delle trattative di pace del 1919 da cui trasse forte impulso la tesi della “Vittoria mutilata”, od alla dabbenaggine, per usare un eufemismo, con cui nel 1975 si giunse alla stipula del trattato di Osimo ed alla successiva ratifica (reato di alto tradimento per avere ceduto una parte di territorio nazionale senza contropartite di sorta), e quindici anni più tardi, al riconoscimento delle nuove Repubbliche ex-jugoslave di Croazia e Slovenia (anche in questo caso, rinunciando a qualsiasi ragionevole richiesta con l’aggiunta dell’umiliazione, opportunamente ricordata da Gabrielli, del Presidente Francesco Cossiga ridotto a “portalettere” del Governo).

Non parliamo del “diktat”, quando l’unica protesta concreta, non potendosi considerare tali le pur nobili parole circa la “cupidigia di servilismo” pronunciate da Benedetto Croce e da Vittorio Emanuele Orlando a Montecitorio rifiutando il voto di ratifica assieme ad altri 60 Costituenti, fu quello di Maria Pasquinelli e dei colpi di pistola che risuonarono nel plumbeo mattino di Pola il 10 febbraio 1947.

La storia recente non è da meno: Gabrielli, nelle conclusioni della sua opera, non manca di ricordare la “sceneggiata” del concerto diretto da Riccardo Muti il 13 luglio 2010 a Trieste, davanti ai Presidenti di Italia, Croazia e Slovenia, con lo sgarro del mancato omaggio a Basovizza: iniziativa impropriamente definita di “pace” e di “riconciliazione” mentre è servita a riproporre inutili discrasie. In effetti, non risulta che esistano conflitti tra Roma, Zagabria e Lubiana, e tutti sanno che varie “conciliazioni” sono già intervenute a più riprese: tra l’altro, col citato viaggio di Cossiga e con quello di Prodi a Gorizia nella primavera del 2004, suggellato dall’abbraccio “europeo”.

Intanto le “sceneggiate” continuano. Sono di questi giorni le surreali richieste slovene di “restituzione” delle opere d’arte di Capodistria e Pirano, che in tempo di guerra erano state asportate per preservarle dal rischio delle distruzioni belliche, mentre la celebrazione del “Ricordo” alla stregua della Legge 30 marzo 2004 n. 92 è stata funestata da parecchi oltraggi ai monumenti od alle targhe in memoria dell’Esodo e dei Martiri delle foibe, come è accaduto a Basovizza, Firenze, Livorno, Marghera, Torino, con un crescendo che fa pensare ad un’orchestrazione programmata.

Spiace dirlo, ma i “diritti negati” non sono soltanto quelli che la comunità internazionale non ha saputo o voluto garantire (nonostante le civili iniziative degli Esuli come la manifestazione di Strasburgo del gennaio 2006) ma si estendono persino ai simboli: effetto perverso di uno Stato come quello italiano che discute persino sul suo centocinquantesimo anniversario ed ha perduto, ora più che mai, ogni parvenza di “ethos”.

 

Carlo Cesare Montani 

 

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E' un libro che fa male leggere. Fa male perché si scopre com'è stato distrutto il popolo Istriano, Dalmata e Fiumano, e come continua ad essere distrutto anche con la complicità del governo italiano, ovvero di quelle persone che avrebbero dovuto essere le prime a tutelarlo. Quello che è successo non è un'offesa a tutti gli Esuli, ma a tutti gli Italiani e, oserei dire, all'umanità intera.

Mentre proseguivo nella lettura, non sapevo se essere più commosso o più adirato.

Per questo ho scritto che è un libro che fa male. Ma è anche un libro che dovrebbe essere letto in tutte le scuole, perchè è un argomento di cui nelle scuole - i primi luoghi dove si fa o, meglio, dove si dovrebbe fare cultura - non si parla praticamente mai. Al massimo si fanno degli accenni, o neppure quelli.

Simone Valtorta 

 

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 XXXII PREMIO FIRENZE -dal VERBALE DELLA DELLA GIURIA LETTERARIA 6 dicembre 2014

PREMIO DEL PRESIDENTE DEL CENTRO CULTURALE FIRENZE EUROPA a ITALO GABRIELLI per il volume

"ISTRIA FIUME DALMAZIA DIRITTI NEGATI GENOCIDIO PROGRAMMATO"

(Lithostampa - Udine 2011)

Con la saggezza degli anni e l'ardore dei sentimenti, Italo Gabrielli porta il non sopito ricordo delle terre istriane, giuliane e dalmate care ai nostri cuori. Terre che molto soffrirono per la separazione dall'Italia e che i suoi esuli - e noi con loro - continueranno ad amare, nella speranza che "figli e nipoti possano tornare serenamente dove Italiani e autoctoni vivevano da sempre".

http://www.centrofirenzeuropa.it/verbale_giuria_letteratura.html